Nel bastione di Rocca delle Caminate, in provincia di Forlì, a pochi chilometri da distanza da Pradappio, si trova, oltre alla fortezza medievale più volte ricostruita, anche un potente faro da 8mila candele visibile fino alla costa adriatica spento da oltre settant’anni.

È il segnale che, nel corso del Ventennio fascista, ricordava alla popolazione la presenza di Benito Mussolini all’interno della fortezza, in quella che era una delle sue residenze preferite quando faceva ritorno nella natìa Romagna.

Ovviamente, la storia della rocca è molto più ampia rispetto al secolo scarso che ci separa dagli eventi del regime e affonda le radici nel Medioevo. Di recente, un progetto che ha visto coinvolti i Comuni confinanti di Predappio e Meldola, insieme all’università di Bologna, ha restituito splendore a questa struttura da tempo in disuso, vittima di quella “damnatio memoriae” che ha contraddistinto larga parte del Secondo dopoguerra in Italia, e nella provincia che diede i natali al Duce soprattutto.

Dopo l’8 settembre, il significato di questo luogo assunse tinte sempre più cupe, dapprima ospitando il primo consiglio dei ministri della repubblica di Salò, successivo alla liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, e poi con le torture che vennero inflitte a numerosi partigiani operanti nella zona, tra cui Antonio Carini, membro del Comando generale della Brigata Garibaldi, che a seguito del trattamento operato dai fascisti perse tragicamente la vita.

La riaccensione del faro

Da alcuni anni, con l’avvio del recupero della rocca, si parla a livello locale di ripristinare il faro, che secondo i sindaci delle località confinanti, porterebbe nella zona numerosi turisti, come già sperimentato in vari progetti di recupero dell’architettura fascista. Proprio gli stessi amministratori che oggi guidano, a seguito della riforma di qualche tempo fa, la Provincia di Forlì-Cesena, proprietaria dell’immobile, che ora ha dunque concesso il proprio benestare per la riaccensione. Attualmente, il faro si trova, spento, proprio ai piedi della torre, sulle mura da cui, nelle giornate in cui il cielo è limpido, si può scorgere il bellissimo panorama romagnolo, dalle colline alla costa.

La vista da Rocca delle Caminate

Non appena si è paventata la possibilità di riportarlo in funzione, un deputato siciliano del Partito democratico, Giuseppe Berretta ha presentato un’interrogazione urgente al ministro dell’Interno per chiedere lo stop al progetto, al fine di evitare che in esso si identificasse “il faro del Duce” con i rischi di nostalgia annessi e connessi. Di tutt’altro avviso il collega di partitoed emiciclo, Marco Di Maio, forlivese, che invece non ha mai mostrato ostilità all’idea, ai fini di rilancio turistico di un’area immersa nell’entroterra, che risente della concorrenza della riviera.

Perché riaccenderlo…e quando

Detto che il recupero della storia del Novecento è atto dovuto, specialmente per evitare il ripetersi di simili errori (eventualità tutt’altro che improbabile), sfruttare turisticamente luoghi e resti del periodo fascista non è un reato, anzi può essere una grande occasione – oltreché economica – di insegnamento alle nuove generazioni. Proprio per questo, bisogna riconoscere che l’accensione o meno del faro non aggiungerà granché alla necessità storiografica di ripercorrere gli anni tragici del regime e della guerra civile (a differenza, ad esempio della Casa del fascio di Predappio, quello sì monumento storico ormai in malora). Si tratta di un “effetto speciale” che se rimesso in funzione al solo scopo di attrarre turisti, potrà stupire pochi secondi, ma senza aggiungere nulla alla coscienza di chi lo guarderà, come un fuoco d’artificio sempre acceso ma fine a se stesso, che lo si guardi da Rimini, Ravenna o ovunque. Senza sottovalutare, poi, lo spreco energetico e l’inquinamento luminoso che porterebbe in dote.

Ciò detto, opporsi ideologicamente alla sua riaccensione è ugualmente miope e ha a che fare con un atteggiamento di cui dobbiamo assolutamente liberarci, quello di scansarci dal confronto con una memoria scomoda e vergognosa. La cosa migliore, allora, sarebbe proprio accenderlo in giornate di chiaro significato, come il 25 aprile o il 2 giugno, senza che possa prestare il fianco a fraintendimenti o doppie letture. Quale miglior simbolo, infatti, di un faro da 8mila candele, per ricordare l’uscita dal buio della dittatura?

 

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